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Antonio, il mio “Pupillo”. Correva la primavera dell’anno 1997, mia moglie mi disse che avremmo trascorso la domenica imminente a Subiaco, essendo stata invitata da un suo giovane conoscente che da tempo non vedeva e che aveva insistito perché ci ritrovassimo a pranzo presso la sua casetta, sulle verdi e boscose pendici dei Monti Simbruini. Nei pressi di Subiaco, in una tiepida mattinata d’aprile, al punto stabilito, incontrammo Rosa, la sorella di Antonio che ci avrebbe pilotato lungo la ripida salita campestre che ci avrebbe portato alla cosiddetta casetta in collina. Fummo accolti dalla famigliola Donati, papà Fabio, mamma Mariuccia, Antonio e Claudio, il fidanzato di Rosa. Grandi feste accolsero mia moglie che già conosceva da tempo un po’ tutti. Fui presentato: ero, familiarmente, il marito di Tina. Finiti i convenevoli, mi resi conto che mi trovavo in un bel punto, ben situato nel verde, all’ombra di robusti e silvestri quercioli. La casa era stata acquistata di recente e abbisognava si cospicui restauri che papà Fabio aveva già progettato e fremeva nell’attesa di realizzare al più presto. Il nucleo familiare appariva molto affiatato ed unito. Il protagonista dell’incontro era senza ombra di dubbio Antonio. Appresi in breve, un po’ da lui, un po’ dai suoi parenti la storia di Antonio. L’esordio si rifece a quando Antonio, qualche anno addietro, bisognevole di assistenza oftalmologica, già carico di gravi problemi per pregressi traumi e infermità, cercava di essere visitato presso l’Ospedale Oftalmologico Provinciale di Roma e non ne veniva a capo. Conobbe, in quella occasione, mia moglie che allora dirigeva l’ufficio accettazione del nosocomio la quale subito si prodigò per lui facendogli rapidamente ottenere i consulti richiesti. Antonio si attaccò immediatamente a lei sentendosi da lei affettuosamente protetto e tutte le volte che si recava in quel luogo di cure trovava in Tina il suo punto di riferimento e di sicurezza. Un giorno, apprese che la Sig.ra Tina si era sposata ed aveva lasciato il servizio. Gli cadde il mondo addosso. Non ebbe pace finché non riuscì a scoprire l’indirizzo telefonico privato della Sig.ra Tina. Si fece coraggio e le telefonò. Mia moglie ne riconobbe subito la voce e lo ascoltò volentieri nelle sue manifestazioni di gioia per averla ritrovata. Da lì, nacque l’invito a Subiaco e quel giorno si apriva un ciclo nuovo nell’amicizia tra la Sig.ra Tina e Antonio. In quell’incontro, sorseggiando il caffè, all’aperto sotto un ombroso querciolo, appresi tutto quello che c’era da apprendere su Antonio. Antonio, giovane aitante e vivace come tutti i suoi coetanei, dopo una infanzia trascorsa allegramente in compagnia di tanti amichetti, tutti complici simpatici delle innocenti scorribande tra i prati del nascente quartiere dove abitava la famiglia, lungo il megaviale Togliatti, superate le scuole inferiori, cominciava a frequentare l’università per conseguire la laurea in Economia e Commercio. Gli studi, per la verità, proseguivano a singhiozzo, anche a causa della sua radicale antipatia per la matematica. Aveva sostenuto varie volte quel maledetto esame e sempre gli era andata male. Il 4 novembre del 1991, per l’ennesima volta ci aveva riprovato e aveva fatto buca ancora una volta. Deluso più che mai dall’ennesima bocciatura, se ne stava tornando moggio moggio a casa e, come ebbe a raccontare egli stesso, mentre si trovava nel parcheggio della metropolitana con un suo amico, all’improvviso vide una macchina che, perso il controllo, stava andando a scontrarsi con una moto. La collisione fu talmente violenta che la moto fu proiettata verso di loro ed egli, nel tentativo di scansare l’amico dal sicuro impatto, si protese verso di lui spingendolo verso il muretto di cinta del parcheggio, ma ciò facendo, a sua volta, si trovò sulla traiettoria della moto vagante come un bolide che lo travolse in pieno lasciandolo senza sensi a terra. Prontamente ricoverato in pronto soccorso, vi giungeva praticamente in coma, vittima di gravissimi traumi interni ed ossei. E’ lì che comincia una vera “via crucis” per Antonio che resta lungamente in coma profondo, e mentre viene curato per i traumi riportati, si scopre, tra l’altro, che aveva una lesione cistica al centro del cervello, difficile da operare. Si passa da un ospedale all’altro e le diagnosi non sono né sicure, né, comunque, rassicuranti. Il tempo passa e via via, anche le condizioni generali di Antonio non lasciano sperare nulla di buono. Lo stato di gravità permane, Antonio non parla, non si muove: è una tragedia nella tragedia. Dopo varie alternative tentate, si parte per la Germania dove Antonio subisce un intervento che viene definito la prima tappa di un difficile percorso riabilitativo. Antonio si riprende, ritorna a Roma e recupera le forze. Pare che tutto vada per il meglio. Quando un crescendo di terribili cefalee lo riporta di corsa nei vari ospedali e lo ripiomba a poco a poco, in una totale astenia mentale e motoria. Antonio è una larva d’uomo, non parla, né si muove più. Gli diagnosticano un astrocitoma, tumore cerebrale in stato molto avanzato. Urge un intervento chirurgico che si presenta ad alto rischio. Siamo nel 1993. L’intervento riesce bene, ma dopo 70 giorni trascorsi in camera di rianimazione, Antonio è ridotto ad un cencio umano. La prostrazione lo ha annientato nel fisico e nel morale. I presidi medici possono fare ben poco. La dedizione della mamma è totale e Antonio lo capisce. La famiglia gli è d’intorno senza posa. Antonio dirà di averne percepito lo strazio che si univa al suo che rimuginava in silenzio, incapace, persino, di parlare. Antonio, dopo aver attraversato l’Inferno della sofferenza, sembra esprimere qualche razione positiva agli stimoli che le terapie mediche e fisiatriche continuamente gli propinano. Tra il 1994 e il 1998, Antonio dimostra di voler riprendere il dominio delle sue facoltà e, da allora in poi, in un crescendo di sforzi e di impegno, in cui si forma e si afferma il suo carattere forte e la sua volontà d’acciaio, impone a sé stesso il recupero delle funzioni lese, alcune delle quali, purtroppo, sono per sempre perdute. Antonio dopo inenarrabili sforzi, riesce a rimettersi in piedi e, nonostante la emiplegia che lo affligge, riesce persino a camminare da solo. Nel frattempo, di progresso in progresso, riacquista la parola e l’uso della mano sinistra. Sono vittorie indescrivibili che temprano giorno per giorno la volontà di Antonio e lo forgiano a nuove conquiste di cui egli va, oggi, giustamente fiero se pensa da dove è partito. Io sono arrivato sulla scena proprio in queste circostanze. Il giorno del nostro incontro a Subiaco conobbi Antonio, reduce da queste esperienze. Egli mi disse che passando il tempo al suo computer, aveva messo insieme degli scritti che aveva elaborato prima della malattia. Aveva anche cercato di scrivere qualcosa di autobiografico in relazione a quello che aveva passato, poi, aveva anche messo insieme dei racconti e delle poesie abbozzati nei momenti di maggiore tranquillità durante la lunga convalescenza. Mi chiese di dare uno sguardo al tutto perché riteneva che fosse necessaria una revisione generale, una… messa in forma del tutto. Il suo appello non ammetteva repliche. Se Antonio, nelle sue condizioni era riuscito a mettere insieme qualcosa, quel qualcosa, avrebbe comunque, meritato non solo la mia attenzione, ma ero sicuro, anche quella degli altri. Non mi ero sbagliato. Antonio, pur con i limiti condizionanti delle sue condizioni di salute, era riuscito ad esprimere sentimenti e pensieri di altissimo valore morale e sociale. Ho fatto quel poco che mi veniva richiesto e ne sono molto lieto e soddisfatto. Ho avuto il privilegio di presentare alla stampa un nuovo Autore di racconti autobiografici, densi di umanità, di sentimento e di arguzia; un nuovo Poeta la cui ala fantastica aveva saputo toccare alte vette liriche e con semplicità cristallina era in grado di suscitare emozioni e commozione. Così, Antonio è diventato il mio “Pupillo” e insieme, attraverso i suo lavori letterari, abbiamo attraversato sfere di limpida poesia e lirici sentimenti. Autore di due libri, Antonio si avvia tra poco a pubblicare una terza raccolta di racconti e poesie, che rinnovano nel lettore che già lo conosce il piacere di sfiorare l’aria azzurra di un cielo d’estate e nello stesso tempo di sorridere per un bozzetto di vita quotidiana che si dipana con arguzia ed ironia dal filo sempre fluente della sua profonda umanità, ornata di sentimenti di gioia di vivere, di fratellanza e di speranza. Prof. Luigi Sessa

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